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Titolo: La Resistenza non è finita. E nemmeno la fatica della libertà

Autore/i: Antonio Leone

Parole chiave: Resistenza, Seconda guerra mondiale, Dopoguerra, Calendario civile

Come citare questo articolo: Antonio Leone, La Resistenza non è finita. E nemmeno la fatica della libertà, in “I Luoghi della storia nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola”, A. 2 – N. 1/2025

Crediti foto di copertina dell’articolo: Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’, CC BY-SA 2.5 it, Collegamento

La Resistenza non è finita. E nemmeno la fatica della libertà

Ogni 25 aprile ci troviamo a celebrare la Liberazione. Ma più passa il tempo, più sorge una domanda: stiamo davvero onorando ciò che è accaduto, o stiamo semplicemente ripetendo un rito?

Non è solo questione di memoria. È una questione di responsabilità. Ce lo ricordava anche Papa Francesco quando invitava a non accontentarsi delle buone intenzioni, a non rifugiarsi nei proclami morali, ma a vivere davvero ciò in cui si crede. Le parole non bastano. È vero per la pace, per la giustizia, per la solidarietà. E lo è anche per la libertà.

Viviamo in un tempo in cui tutti si dicono “per la democrazia”, “contro l’odio”, “a favore dei diritti”. Ma quanti lo praticano davvero, ogni giorno? Quanti sanno che scegliere la libertà significa anche accettare il peso dei doveri che essa comporta?

Ottant’anni fa, uomini e donne fecero una scelta. Mentre l’Italia affondava nella guerra, nella paura e nella miseria, loro non si voltarono dall’altra parte. La Resistenza fu questo: un gesto radicale di responsabilità. Non nacque dal nulla. Fu l’esito di vent’anni di opposizione al fascismo, spesso clandestina, fatta da persone che pagarono un prezzo altissimo per non rinunciare ai propri ideali.

E quando la guerra finì, quella stessa generazione seppe fare qualcosa di ancora più difficile: trasformare l’opposizione in progetto. La libertà non fu solo conquistata, fu costruita. Nacque così la nostra Costituzione, con i suoi principi forti e universali, nati nei lager, nelle carceri, nelle montagne, nell’esilio. Principi che parlano ancora a noi, oggi. E ci interrogano.

La libertà politica fu, forse, la conquista più grande. La libertà di scegliere, di dissentire, di partecipare, di criticare, di essere sottoposto solo alla legge. Ma oggi quella libertà ci sembra scontata. Troppo spesso viene invocata come diritto e dimenticata come dovere. In nome della libertà, c’è chi rivendica ogni egoismo, ogni chiusura, ogni semplificazione.

Eppure, già nel 1945 qualcuno lo aveva capito benissimo. Un manifesto affisso a Galliate diceva: “La libertà comporta dei doveri nei confronti della collettività: chi non sente questi doveri e continua a rinchiudersi nel proprio egoismo è indegno della libertà.” Parole che suonano attualissime.

In tempi in cui nuove forme di autoritarismo si affacciano, in cui si diffonde l’idea che le istituzioni siano un ostacolo e non una conquista, la lezione della Resistenza torna ad essere urgente. Resistere oggi significa non lasciarsi andare all’indifferenza, non credere che tutto si equivalga, non confondere il dibattito con l’insulto.

Significa, in fondo, capire che anche in democrazia esistono dei momenti decisivi. Momenti in cui si deve scegliere. Come allora. Magari senza fucili né montagne, ma con il coraggio civile di prendere posizione, di partecipare, di esserci.

La Resistenza non è finita. Ha cambiato volto. Oggi ha il volto di chi lotta contro le disuguaglianze, contro le discriminazioni, contro l’ingiustizia che ancora si annida nelle pieghe della nostra società. Ha il volto di chi non si arrende alla semplificazione, di chi chiede verità, equità, coerenza.

Ecco perché il 25 aprile non è solo un giorno da ricordare. È una domanda che ci riguarda tutti: che cosa ce ne facciamo, oggi, della nostra libertà?