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Autore/i: Margherita Zucchi
Parole chiave: Resistenza, Antifascismo, Fascismo, Seconda guerra mondiale, Egeo, Valdossola, Valtoce, don Edoardo Fino
Come citare questo articolo: Margherita Zucchi, Dalla tragedia nell’Egeo, all’impegno nella Valtoce. Don Edoardo Fino, in “I Luoghi della storia nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola”, A. 2 – N. 1/2025
Crediti foto di copertina dell’articolo: Giuliano Cappelli
Dalla tragedia nell’Egeo, all’impegno nella Valtoce. Don Edoardo Fino
Quella di Don Edoardo Fino è una grande figura di sacerdote che rischiava di essere dimenticata, se non ci fosse stata l’attenzione del nipote, Gerardo Mottola, a sollecitarne la riscoperta da parte dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara e del Verbano Cusio Ossola e del Museo della Resistenza “Alfredo Di Dio” di Ornavasso e Busto Arsizio.
Ci siamo messi sulle tracce di don Edoardo e lo abbiamo trovato su una piccola pubblicazione di Pier Giorgio Longo “Natale Menotti, una storia interiore” dove si indica che in casa di don Fino a Milano si riuniva il circolo del Domani d’Italia, una rivista di stampo cattolico che dibatteva il problema della partecipazione dei cattolici alla vita politica dell’Italia, soppressa nel 1926, ma ancora viva nel pensiero di molti.
Al circolo del Domani d’Italia appartenevano tra gli altri Natale Menotti, Guido Miglioli e Francesco Luigi Ferrari, il fondatore. Possiamo supporre che il giovane don Edoardo partecipasse alle discussioni, dibattendo l’enciclica di Leone XIII sulla dottrina sociale della Chiesa, ma anche le Opere inedite di politica del Rosmini, raccolte in edizione litografata da Monsignor Nicola, fin dal 1923; il gruppo fu presto costretto all’inattività politica e sociale determinata dal ventennio fascista. Nonostante i divieti, si andavano però consolidando le nuove leve cattoliche, la forza dell’Azione Cattolica e della FUCI.
Con le elezioni del 1924, ma soprattutto con il delitto Matteotti e l’Aventino, il gruppo dirigente del partito popolare, facendo propria la politica di intransigenza più volte ribadita da don Luigi Sturzo fin dall’ottobre 1922, avrebbe definitivamente abbandonato ogni speranza che una benevola attenzione verso il governo Mussolini avrebbe consentito il ripristino delle libertà statutarie. Con almeno un anno di ritardo – come rilevava Il Domani d’Italia – il PPI si era finalmente posto nel campo delle opposizioni; anche se ora, secondo la Sinistra popolare, si commetteva un nuovo errore di valutazione con il ritenere sufficiente, nella lotta al fascismo, la tattica dell’astensione. Il partito popolare, ormai sempre più isolato dal suo naturale retroterra rappresentato dal mondo cattolico e costretto all’immobilismo dalla stessa S. Sede, che condannava la prospettiva di un’alleanza coi socialisti e invitava di fatto a sostenere il regime fascista per timore del “salto nel buio”, non fu più in grado di svolgere un ruolo attivo nella vita politica del paese. Espulso Miglioli dal partito, assorbite le organizzazioni sindacali bianche nell’Azione cattolica, anche Il Domani d’Italia cessò le pubblicazioni.[1]
Don Edoardo Fino riesce a rinviare il servizio militare per il periodo degli studi in teologia e poi è a Milano nei pressi del Collegio San Carlo. Dopo il 1943, il Collegio diventa sede dell’OSCAR, Organizzazione Soccorsi Cattolici Antifascisti Ricercati, un movimento ispirato a ideali di giustizia e di libertà, sorto per aiutare e proteggere l’espatrio di Ebrei, ricercati e renitenti alla leva della RSI. Attraverso la rivista “Il Ribelle”, nata in Collegio per opera di cinque persone, tra cui Giovanni Barbareschi, Carlo Bianchi (ex alunno), Teresio Olivelli, e che veniva distribuita di nascosto, si diffondevano le idee antifasciste[2]. Molti degli autori di questa rivista sono studenti del San Carlo, in particolare Giovanni Barbareschi, che tra il 1943 e il 1945 contribuì a salvare migliaia di ebrei, ricercati, prigionieri e in generale gli oppositori della Repubblica di Salò.
In una foto di gruppo[3] vediamo don Edoardo Fino cappellano militare nella Regia Aeronautica, nella quale era a disposizione dal 17.2.’42, presumibilmente all’isola di Rodi, dove è stato chiamato in servizio per assistenza spirituale. Nella foto si riconoscono a sinistra il Capitano Giuseppe Rovelli e il terzo da destra il Tenente Andrea Vincenzo Cappelli. Dopo un periodo di relativa calma all’isola di Rodi, l’8 settembre colse di sorpresa il nostro esercito, ma non quello tedesco, pronto ad approfittare delle incertezze da parte italiana, dovute alla mancanza di ordini superiori. Rodi si trovò allora in piena guerra e nelle isole del Dodecanneso si susseguirono le stragi a Rodi, a Coo, a Lero, a Stampali, ecc. Inoltre furono deportati in Germania gli Italiani che ritennero opportuno arrendersi, perché in forze nettamente inferiori, ma non tutte le navi arrivarono a destinazione, infatti venivano silurate dagli anglo americani che colpivano le navi tedesche, senza sapere che queste trasportavano prigionieri italiani.
Nell’autunno del 1943 don Edoardo si prodigò per salvare vite umane cercando vie di fuga su piccole imbarcazioni verso la Turchia, paese neutrale, dove Angelo Roncalli aveva tessuto una rete di aiuti ai fuggitivi, in particolare agli ebrei perseguitati e ai militari sbandati. Contemporaneamente don Edoardo si occupava delle sepolture dei caduti e del riordino del cimitero militare a Rodi.
A Natale riesce a portare assistenza anche ai prigionieri delle carceri di Averoff e dei campi di concentramento di Muni Lager e di Gudy Lager ad Atene, operando clandestinamente insieme al Delegato Apostolico mons. Giacomo Testa, braccio destro di Angelo Roncalli, entrambi in contatto con il Vescovo di Atene, mons. Filippucci.
Dal Vescovo Filippucci don Edoardo Fino viene inviato in Italia attraverso i Balcani, con un salvacondotto per transitare indenne tra i partigiani di Tito: egli doveva consegnare in patria importanti documenti sulla strage di Cefalonia. Giunto in Italia a metà febbraio 1944, si fa autorizzare dal sottosegretario dell’aeronautica della RSI, Ernesto Botto, a portare alle famiglie dei caduti la notizia della morte e gli effetti personali, ma ben presto il Botto viene sostituito con persona più gradita al regime. A maggio don Edoardo va in licenza di convalescenza, essendo stata accolta la sua domanda di congedo per ragioni di salute. Ad agosto la licenza diverrà licenza straordinaria senza assegni.
DON EDOARDO FINO NELLA RESISTENZA IN ITALIA
Dal 25 giugno 1944 lo stato di servizio militare registra che don Edoardo è partigiano gregario, matricola n.33363 di brevetto della Presidenza del Consiglio dei Ministri Commissione Regionale riconoscimento qualifiche partigiane Lombardia e poi Novara. Equiparato ai combattenti volontari della guerra di liberazione.
Infatti il sacerdote, seppur bisognoso di riposo, in realtà si dedica alla Resistenza sulle montagne dell’Alto Novarese, ora Provincia del Verbano – Cusio – Ossola.
Qui non abbiamo tracce evidenti della presenza di don Edoardo, perché la sua attività doveva essere sotto traccia in quanto clandestina, però possiamo definire la cornice entro la quale essa si svolse. Giunto probabilmente nella zona dei laghi piemontesi per un periodo di riposo, forse indirizzato dal CVL di Milano, trovò il suo riferimento in don Giuseppe Annichini, viceparroco di Omegna, dedito alla Resistenza. Entrò nella divisione Valtoce, comandata da Alfredo Di Dio e, nell’estate del ’44, impegnata in una intensa attività bellica.
Ai sabotaggi alle grandi linee di comunicazione, alle azioni di guerriglia, si alternarono episodi di trattativa, come quella condotta da Italo Settembri, per conto di Di Dio, con il comandante tedesco Krumhaar, mediata da don Giuseppe Annichini, che si concluse con l’atto di costituzione di una zona neutra ad Omegna dove tutti potevano muoversi liberamente senza armi, una vera e propria tregua che ebbe durata dal 10.8.’44 al 12.9.’44.
Il gruppo partigiano in cui era inserito don Edoardo Fino aveva una chiara identità ideale ispirata ai valori umani del cattolicesimo e un carattere militare, indipendente e autonomo da un punto di vista partitico, riconosceva e dipendeva dal Comando Militare di Milano, aveva al proprio interno persone che si riconoscevano nel cattolicesimo ma anche negli ideali del socialismo riformista e nell’ azionismo[4].
Il CVL (Comitato Volontari della Libertà) nel mese di giugno aveva inviato alle diverse formazioni circolari in cui si esortavano i partigiani ad occupare vaste zone di territorio[5] in vista dello sfondamento della linea gotica durante l’estate. Esisteva una proposta fatta agli inglesi da Gian Battista Stucchi, delegato militare del CVL in Svizzera, in cui si proponeva la liberazione dell’Ossola come testa di ponte, una volta che gli alleati fossero arrivati in pianura padana, per la liberazione dell’Italia settentrionale, che avrebbe consentito un rapido spostamento verso l’area danubiana e l’invasione del suolo tedesco.
Il Gruppo Ossola con questo obiettivo il 1° luglio cambiava nome in “Valtoce”, stabiliva la sede al santuario del Boden, Alfredo Di Dio sceglieva il motto “La Vita per l’Italia“ e il colore distintivo azzurro, come i bei cieli d’Italia, simbolo della Divisione. La Valtoce aveva un vasto territorio di competenza tra la val d’Ossola, il Cusio e il Mottarone, la montagna che si affaccia a due laghi: il lago d’Orta e il lago Maggiore e proprio in questo territorio si muoveva don Edoardo.
Lo scenario della guerra era in rapida evoluzione: ci furono nell’estate due incontri di tutti i comandanti dell’Ossola; il primo avvenuto il 5 luglio a Lut e soprattutto il secondo il 3 agosto a Colloro. Iniziarono così le azioni che portarono in settembre alla liberazione dell’intera valle ad opera delle formazioni partigiane. La liberazione della Val Vigezzo ad opera della Piave, le azioni garibaldine a Varzo e in Val Antigorio e soprattutto la battaglia di Piedimulera combattuta dalla Valtoce in azione combinata con la Valdossola e le precedenti interruzioni stradali e ferroviarie ad opera delle stesse, costrinsero i presidi nazifascisti a rinchiudersi in Domodossola. Si svilupparono così le condizioni per la trattativa, con mediazione del clero, esclusi i garibaldini, visto il loro motto “col nemico non si tratta, si combatte”. La trattativa ebbe luogo tra i comandanti Di Dio e Cefis, Superti e Justus e il Maggiore Attilio Moneta con i nazifascisti e portò alla resa di questi ultimi e all’ingresso della Valtoce e della Valdossola nella città di Domodossola in festa. Arca aveva dovuto abbandonare la trattativa di Trontano, perché i nazifascisti avevano rioccupato Cannobio da poco liberata dagli uomini della Piave. La trattativa fu aspramente criticata dai garibaldini, tuttavia Moscatelli e i suoi uomini presto raggiunsero Domodossola per condividere il successo.
Il professor Tibaldi, rientrato immediatamente dalla Svizzera presiederà la Giunta Provvisoria di Governo, esperienza importante ed unica per azione e decisioni nel panorama delle zone liberate dai partigiani. Fu un periodo di innovazioni e di libertà, ma fu anche un periodo di discussioni e di contrasti più che attorno alla creazione del Comando unico militare con a capo Stucchi-Federici, sull’opportunità della nomina del Commissario politico per cui si era proposto Moscatelli, nomina osteggiata da tutti gli altri comandanti. Si arrivò comunque ad un accordo: furono nominati due Commissari politici, uno per i garibaldini Livio (Scarpone) e l’altro per la Valtoce e le formazioni autonome Riccardo (avvocato Borgna).
In questo periodo rientrava dalla Svizzera in val d’Ossola anche Natale Menotti, vecchia conoscenza di don Edoardo, con cui il sacerdote avrebbe potuto dialogare.
L’Ossola era stata dunque liberata, ma il panorama strategico e la direzione di guida della strategia bellica degli Alleati era mutato, così come era in continua evoluzione lo scenario europeo. La situazione sulla linea gotica rimase “stagnante” fino alla primavera del ‘45. L’Ossola ormai liberata venne dunque assolutamente ignorata e non sostenuta da alcun aiuto alleato: essi avevano in quel momento altre priorità. La notizia colpì duramente i partigiani della Valtoce a Coiromonte sul Mottarone, dove Alfredo Di Dio ed Eugenio Cefis si erano recati per conferire con la Missione americana Crysler Mangosteen, ivi paracadutata il 26.9.’44 per stabilire una relazione diretta tra alleati e Resistenza. La Missione Americana rimase al Mottarone fino al dicembre del ’44, poi si spostò a Busto Arsizio e infine a Milano.
L’attacco nazifascista all’Ossola non si fece attendere e l’Operazione “Avanti” il 9 ottobre iniziò con attacco a sud ad Ornavasso e Mergozzo, in val Cannobina e ad Intragna. Il fronte sud resistette con una battaglia durata tre giorni, poi i partigiani furono costretti ad arretrare per mancanza di munizioni e anche perché la val Cannobina venne velocemente occupata dai nazifascisti fino a Finero già l’11 ottobre. Nella notte a Domodossola si riunirono il comandante Federici, Superti, Mario Muneghina, Di Dio. Venne deciso che Di Dio, che pur comandava il fronte sud insieme a Superti, andasse in val Cannobina per vedere di porre in qualche modo rimedio alla situazione grave o quanto meno per ritardare la discesa dei nazifascisti verso Domodossola.
I partigiani della Valtoce che avevano difeso l’Ossola, furono costretti a rifugiarsi in Svizzera, ma il gruppo di stanza al Mottarone, trovandosi fuori dalla zona liberata e poi rioccupata, continuò senza subire perdite, anzi acquistando un ruolo di primaria importanza per la presenza degli americani. Perciò possiamo immaginare che don Edoardo, avendo mantenuto la propria residenza a Milano, si muovesse clandestinamente tenendo collegamenti tra la Valtoce e il CVL. Don Edoardo infatti dichiara: “Dopo aver sottratto alla cattura dei tedeschi un ex milite, mantenendolo per tre mesi in casa, in via Caradosso 12, il sottoscritto in occasione della Pasqua, entrato di nascosto nelle carceri di Baveno, dove giacevano oltre duecento partigiani del Cusio, ha potuto recare a ciascuno di loro, oltre ai conforti religiosi, anche la somma di lire 50 con una tavoletta di cioccolato”[6] E da questa dichiarazione possiamo capire che il suo lavoro di assistenza caritatevole ai prigionieri, a volte condannati a morte, già svolto a Rodi continua anche nell’Alto Novarese.
Le condizioni dei partigiani in carcere erano terribili: a Baveno c’era il capitano Stamm che ricorreva alla tortura per far parlare i ribelli, senza contare la mancanza di cibo e di condizioni igieniche accettabili. Poter entrare nelle carceri anche clandestinamente significava aver stabilito una rete di complicità e di aiuto.
DON EDOARDO FINO DOPO LA GUERRA
In seguito alla Liberazione Nazionale, don Edoardo con l’autorizzazione del III Comando Militare Territoriale di Milano riprende il suo viaggio in Italia per la visita alle famiglie dei caduti nell’Egeo.
I suoi viaggi di testimonianza e di dolore portano alle famiglie conforto e conoscenza dei fatti d’oltremare. Per non attenuare o disperdere la memoria, Don Edoardo Fino ha scritto un libro importante: “La tragedia di Rodi e dell’Egeo”, ed. Assegeo, Milano 1963. Nel suo libro si coglie lo spirito di carità cristiana e la sua volontà di fissare l’attenzione sui soldati italiani nella Seconda guerra mondiale, sul loro valore, sulla fedeltà alla Patria, spesso in condizioni disperate di resistenza e di sopravvivenza. Egli ricostruisce le circostanze degli attacchi nazifascisti agli italiani che rifiutavano la resa e la loro morte in combattimento o in prigionia; la raccolta dei dati è minuziosa ed è sottolineato il valore del sacrificio consumato per solidarietà verso gli amici commilitoni, per fedeltà e amore verso la Patria.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE per conoscere la Resistenza nella Divisione Valtoce
- A. Marchetti, Ribelle nell’Ossola insorta con Beltrami e Di Dio, novembre 1943 dicembre 1944, Hoepli 2008(riedizione)
- G. Buridan, ”In cielo c’è sempre una stella per me..”, Tararà Gravellona Toce 2014
- M. Settembri, Italo e la libertà Racconti e testimonianze di ieri e di oggi, Lampi di stampa editore, 2015 – ISBN 88-8057-153-2
LIBRI PRODOTTI DAL MUSEO DELLA RESISTENZA “A. DI DIO”- Raggruppamento Divisioni Patrioti A. Di Dio- FIVL
- AA.VV., Conoscere la Resistenza, Catalogo del Museo di Ornavasso
- Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio, Antonio e Alfredo Di Dio Ribelli per amore, s.d.
- M.S. Caffari, G. Vona, M. Zucchi (a cura di), Leggere la Resistenza, Antologia di letture di autori vari, P4Biz snc – Omegna, 2020
- M.S. Caffari, G. Vona, M. Zucchi (a cura di), In ginocchio per pregare in piedi per combattere, don Sisto Bighiani nella memoria e negli scritti sulla Resistenza, collaborazione e interventi di Giannino Piana, in collaborazione con ISRN, ed. Press Grafica, Gravellona Toce 2023
- E. Mastretta, G. Vona, M. Zucchi (a cura di), Repubblica Partigiana dell’Ossola La riforma della scuola, in collaborazione con ISRN, ed. Lampi di stampa, Novara 2024
- G. Vona, M. Zucchi, Il mio comandante Alfredo Di Dio, ed. Lampi di stampa, Novara 2024
Note:
[1] Da dizionario biografico degli Italiani vol.46,1996, voce Ferrari Francesco Luigi
[2] Per la prima volta sul giornale clandestino “Ribelle” venne pubblicata la preghiera “Signore facci liberi” sempre recitata dai partigiani cattolici nelle cerimonie civili e religiose.
[3] La foto è stata fornita da Giuliano Cappelli
[4] Buridan, Greppi, I Boeri. Alfredo e la Valtoce ebbero sempre un rapporto stretto e speciale con Ferruccio Parri, tanto che egli vi inviò il figlio Giorgio.
[5] Vedi Atti del Comando Generale del CVL, INSMLI, F. Angeli Editore, Milano 1972, pp.48,-55, pp 139-140.
[6] L’enunciato si trova nelle note redatte da Don Edoardo Fino sul proprio stato di servizio