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Titolo: Il tempio della discordia: l’eroica e disfunzionale Repubblica dell’Ossola

Autore/i: Andrea Brignone

Parole chiave: Repubblica dell’Ossola, Repubbliche partigiane, Resistenza, Stampa clandestina, Valtoce

Come citare questo articolo: Andrea Brignone, Il tempio della discordia: l’eroica e disfunzionale Repubblica dell’Ossola, in “I Luoghi della storia nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola”, A. 1 – N. 2/2025

Il tempio della discordia: l’eroica e disfunzionale Repubblica dell’Ossola

Il Valtoce, volantino quotidiano della divisione omonima, pubblicato in otto numeri dal 25 settembre al 5 ottobre 1944 durante la Repubblica Partigiana dell’Ossola e disponibile, anche digitalizzato, presso l’ISRN, è una miniera di scorci nella realtà politica della più grande e influente zona libera della Resistenza Italiana. Il suo stile altamente polemico palesa una combattività verso le altre componenti politiche partigiane che aggiunge uno strato di complessità allo studio della Resistenza in Ossola e in Italia.

Il terzo numero, pubblicato il 28 settembre 1944, riporta un episodio poco noto dell’epopea dei partigiani dell’Ossola: si dà l’annuncio della ripresa della pubblicazione, interrotta dopo che il tipografo incaricato era stato arrestato «perchè ritenuto un ex fascista». L’editoriale sottintende di non ritenere casuale nè giustificato l’arresto e procede a delineare accuse verso coloro che «impugnano per scopi personali [la neolibertà]». Una accusa non velata alla Giunta di Governo creata il 10 settemebre con a capo il professor Tibaldi: «Il nostro “VALTOCE,, deve aver dato parecchi fastidi a certi signori che dapprima finsero di ignorarlo ma poi […] corsero ai ripari».[1]

La polemica contro la Giunta era già ben esplicita nel numero precedente, datata al 27 settembre (non è chiaro quindi quanto sia durata l’interruzione dopo l’arresto del tipografo), che accusa di arrivismo coloro che, come Tibaldi e Terracini, erano rientrati in Ossola dal loro esilio all’estero, dove «stavano in panciolle nei grandi alberghi svizzeri, sognando l’avvenire tra le spire profumate di una sigaretta americana». Il volantino esorta quindi gli arrivisti appena descritti a evitare “sofismi di partito”, così come «invidiuzze e rancorucci» e lo «sfacciato ‘cadreghismo’ di fascistica memoria». Per rendere più ovvio a chi si riferissero questi attacchi, conclude: «non chiedeteci altre aggiunte più o meno provvisorie».[2]

Che tra i vari gruppi partigiani che coesistavano nell’Ossola liberata, così come tra loro e il governo civile della Repubblica, la Giunta Provvisoria di Governo guidata dal Dott. Ettore Tibaldi, ci fossero rapporti difficili non è una sorpresa. Il colonnello Giovanni Battista Stucchi, veterano dell’ARMIR, descrisse la rete di diffidenze e di veti incrociati tra i capi delle forze partigiane intenti a organizzare la difesa della repubblica, che lui era stato incaricato di far collaborare, come un «tempio della discordia».[3]

Stupisce però la ferocia polemica degli attacchi di Valtoce contro la Giunta, i cui componenti certo non potevano ragionevolmente essere accusati di simpatie per il regime. Avevano però una visione diversa di Italia postfascista da quella dei partigiani che quel pezzo d’Italia l’avevano liberato di persona, una visione che era stata effettivamente concepita in Svizzera in condizioni ben diverse da quelle dei partigiani in montagna, e che adesso veniva percepita da alcuni come imposta dall’alto e non rappresentativa di tutta la popolazione antifascista.

Le varie interpretazioni della ritrovata libertà finirono per sfociare in episodi non all’altezza dell’eroismo partigiano fino ad allora dimostrato: la tipografia che stampava il Bollettino Quotidiano di Informazioni da parte della Giunta fu attaccata da membri della Valtoce nella notte del 27 settembre, che requisirono tutta la carta rossa su cui era fino ad allora stato stampato.[4] Il colore della carta fu addotto a prova di parzialità da parte della Giunta nell’edizione del 28 settembre di Valtoce e il Bollettino fu effettivamente stampato su carta bianca per tutti i numeri successivi al 27 settembre.[5]

L’attacco (retorico e letterale) della “Valtoce” alla Giunta è solo uno degli episodi che svelano le discordie profonde che coesistevano nella Repubblica dell’Ossola. É chiaro che i vari gruppi, militari e civili, avevano interpretazioni spesso inconciliabilmente diverse del significato della Repubblica e del modo di utilizzare il potere acquisito. Va comunque notato che, a parte l’assalto alla tipografia del Bollettino, questi scontri rimasero perlopiù verbali e il fatto che fossero diffusi a mezzo di stampa è un segnale positivo di ritorno a un dibattito pubblico aperto, anche se dai toni agguerriti. Ci sono tuttavia altri episodi rivelatori di diffidenze e disaccordi profondi, in cui a volte si evitò per poco lo scontro tra partigiani.

La liberazione di Domodossola, il 10 settembre 1944, diede inizio, simbolicamente per l’importanza della città per tutte le valli circostanti e tatticamente per la sua centralità geografica, alla Repubblica dell’Ossola. Mentre le varie formazioni avevano liberato indipendentemente le valli laterali dell’Ossola, la liberazione di Domodossola, tramite accordo con la guarnigione tedesca della città, fu decisa unilateralmente dai comandanti delle formazioni “Valdossola”, “Valtoce” e “Piave”, cioè Superti, Di Dio e Arca. In questo modo poterono inserire nei termini della resa la consegna di armi e munizioni della guarnigione alle loro formazioni, accettando di lasciare l’onore delle armi a buona parte dei tedeschi.

La scelta di restare in città e di proclamare una repubblica partigiana fu invece di Superti, che firmò il proclama poi affisso sui muri di Domodossola non è chiaro con quanta approvazione  che annunciava la costituzione della Giunta Provvisoria Amministrativa. Non è chiaro quanto la “Valtoce” sia stata messa di fronte al fatto compiuto: Eugenio Cefis, all’epoca vicecomandante della Valtoce e incaricato delle negoziazioni ricorda che quando venne a sapere la notizia pensò «che fossero diventati tutti matti».[6] Specialmente la scelta di elevare a presidente il Socialista Tibaldi, potrebbe indicare un’esclusione della Valtoce, considerato l’anticomunismo di alcuni in quella formazione[7].

La brigata Garibaldi, che pure aveva svolto importanti azioni in Val Strona, ma che non era ancora a Domodossola durante i negoziati per la resa della guarnigione ne venne esclusa. Il sospetto che la decisione di negoziare e di accettare condizioni relativamente poco generose (la guarnigione avrebbe consegnato solo munizioni ed armi di manifattura italiana) fosse stata presa per escludere la Garibaldi dal “bottino” deve essere stato presente tra i Garibaldini. Un documento datato 21 settembre 1944 e firmato Cino e Ciro (rispettivamente Cino Moscatelli e Eraldo Gastone) indirizzato alla Delegazione lombarda del Comando Generale Brigate Garibaldi riporta che:

Non solo non si è interpretata (nè si ha intenzione di interpretare in seguito) la volontà popolare, ma non è stato fatto nemmeno il minimo passo per prendere dei contatti in merito con i responsabili del comando della II Divisione che ha in mano le forze più rilevanti e quelle che in definitiva hanno dato il più serio contributo alla liberazione della valle!!!! [sic].[8]

Anche tra i Garibaldini non vigeva stima per i membri della giunta «che in genere sono uomini che non hanno preso parte alla lotta per la liberazione della patria». [9] Mentre la mancata consultazione della volontà popolare fu una critica presentata a più riprese verso la Giunta.[10]

É ragionevole pensare che i comandanti partigiani presenti a Domodossola sapessero di aver fatto un torto a Moscatelli, che infatti entrando a Domodossola liberata l’11 settembre del 1944 trovò posizioni ben armate intorno al palazzo in cui si era appena insediata la Giunta. Avendo saputo che stava arrivando, in città si pensava volesse fare un colpo di mano.[11]

Uno scorcio unico sulla Resistenza

La Repubblica dell’Ossola è stato un episodio della Resistenza Italiana dal valore inestimabile. Un’area di notevoli dimensioni e discrete risorse che si è non solo autoliberata, ma autogovernata, anche se per poco tempo. Ma in quei quaranta giorni dal 9 settembre al 10 ottobre 1944, quando Domodossola viene rioccupata, i vibranti dibattiti pubblici e la fertile produzione legislativa della Giunta hanno dato alla Resistenza di quel lembo di Piemonte un’importanza non solo tattico-militare.

È tra i pochi episodi della resistenza italiana in cui si possono osservare i rapporti tra le sue varie componenti senza l’immediata urgenza di opporsi al nemico comune nazifascista né la ingombrante presenza delle AMGOT, i governi alleati dei territori occupati. Ciò che ne emerge potrebbe in effetti non stupire: le varie formazioni partigiane, teoricamente in coalizione nel CLN, diffidavano le une delle altre, si ostacolavano, come nell’assalto a Gravellona dei Garibaldini, e sono incapaci di trovare punti in comune anche sulle questioni più fondamentali.

La Giunta, trovandosi al centro di queste discordie e veti incrociati, forse consapevole dell’impossibilità di vedere finire la guerra in Italia entro il 1944 (il proclama Alexander, che richiedeva la cessazione di ogni attività partigiana nell’Italia settentrionale sarebbe arrivato il 13 novembre, ma gli Alleati si erano arenati sulla Linea Gotica già dalla fine dell’estate) utilizzò la sua libertà d’azione per dare un esempio dell’Italia democratica che sarebbe venuta. Riformò la scuola, ricreò i sindacati, fece entrare nella Giunta Gisella Floreanini, a tutti gli effetti un ministro della Repubblica dell’Ossola.

Che questo operato di grande valore storico emergesse da un “tempio della discordia” può provocare due tipi di reazioni a chi riflette sull’eredità della Resistenza. Da un lato, questi dissidi possono apparire grotteschi, vista la situazione emergenziale che i partigiani dell’Ossola dovevano affrontare. Perché non unire le forze e posticipare le discussioni alla fine della guerra? Dall’altro, la Resistenza italiana non fu solo combattuta sul campo, ma anche nelle menti, da cambiare dopo vent’anni di dittatura.

La Resistenza fu anche un moto tendente alla radicale trasformazione della società italiana. La fine della guerra era comunque all’orizzonte e tutti le formazioni volevano essere posizionate al meglio per plasmare ciò che ne sarebbe uscito. La ritrovata libertà, anche di critica e di stampa, che la temporanea liberazione dell’Ossola permise, portò fuori le discordie interne al campo antifascista che avrebbero caratterizzato i primi anni dell’Italia repubblicana, discordie che indicano la salute di ogni democrazia liberale.

 


Note:

[1] Valtoce, 28 settembre 1944. Tutti i numeri dei giornali dell’Ossola Libera sono disponibili presso: Giornali alla Macchia, in https://giornaliallamacchia.isrn.it/, pagina consultata il 22 Luglio 2025

[2] Valtoce, 27 settembre 1944

[3] G.B. Stucchi, Tornim a Baita, Evangelista, Milano 1983, p. 378.

[4] Valtoce, 28 settembre 1944

[5] Bollettino, 28 e 30 settembre 1944

[6] Testimonianza di Eugenio Cefis in A. Aniasi (a cura di), Ne Valeva la Pena, M&B, Milano, 1997, pp. 235-6.

[7] P. Secchia, C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, Milano 1973, pp. 382-3.

[8] C. Moscatelli e E. Gastone, Com. Unif.  Divisioni Garibaldi alla Delegazione per la Lombardia, 21 settembre 1944, in Guerriglia nell’Ossola, in M. Fini, F. Giannantoni, R. Pesenti, M. Punzo (a cura di), Feltrinelli, Milano, 1975, p. 152.

[9] Moscatelli e Gastone, 1975, p. 152.

[10] G. Pajetta, Rapporto al Comando Generale Brigate Garibaldi, ISRN, Fondo Brigate Garibaldi, b.5 fasc. 2.

[11] G. Bocca, Una Repubblica Partigiana, Milano, Il Saggiatore, 1975, p. 47.