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Titolo: Preti con le stellette. I Cappellani militari
Autore/i: Renzo Fiammetti
Parole chiave: Seconda guerra mondiale, Prima guerra mondiale, Cappellani militari, Religione, Cristianesimo
Come citare questo articolo: Renzo Fiammetti, Preti con le stellette. I Cappellani militari in “I Luoghi della storia nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola”, A. 2 – N. 1/2025
Preti con le stellette. I Cappellani militari
Crediti della foto di copertina: gaspa – https://www.flickr.com/photos/gaspa/216683347/sizes/l/, CC BY 2.0, Collegamento
La storia dei Cappellani militari e più in generale del rapporto complesso e articolato fra fede e esercito richiede naturalmente approfondimenti di livello che esulano dallo spazio e dai contenuti di questo intervento. Si intende qui dare un prima assaggio della tematica, unitamente a ipotesi di lettura e una prima biografia di sintesi.
In generale, non si può prescindere da una evidenza, cioè lo stretto legame che unisce mondo delle armi e mondo del sacro. Il pensiero corre subito, inevitabilmente, alle Crociate, forse l’esempio più vistoso di questo rapporto. Deve però essere ricordato come le Crociate sono state non solo un fenomeno storico ma un momento di svolta sociale ed economica. Un richiamo non inutile perché, come tutti gli eventi popolari, sconta una conoscenza superficiale e approssimativa.
E tuttavia vi sono moltissimi altri esempi in cui non solo vi è la presenza di personaggi deputati a testimoniare fede e religiosità fra le truppe, siano esse le legioni romane oppure gli eserciti degli stati preunitari italiani, ma anche casi in cui il sacro interviene direttamente nello scontro.
Tre gli eventi storici che intendiamo qui presentare: la cosiddetta battaglia del Lago Regillo, la notte che precede lo scontro di ponte Milvio fra Costantino e Massenzio, la battaglia che disegna l’Europa moderna, nel luglio 1214 a Bouvines.
496 o 499 avanti Cristo. C’è incertezza sull’anno della battaglia del lago Regillo e anche il lago oggi non esiste più. Tutto concorre a rendere molto sfocato il ricordo di questa battaglia e ne dobbiamo la memoria allo storico Tito Livio.[1] In sintesi si tratta del primo grande scontro che vede Roma imporsi sulle città italiche consolidando il proprio ruolo di potenza egemone: l’Urbe si è appena liberata del suo ultimo re, Tarquinio il Superbo, il quale è ben lungi dall’abdicare a una vendetta contro la città. Radunato così un esercito numeroso – più numeroso di quello romano – muove contro il nemico. Lo scontro si sviluppa sulle sponde di un lago di origine vulcanica, oggi il cosiddetto Cratere di Prata Porci vicino al Comune di Monte Compatri; a lungo l’esito della battaglia è incerto, con le città italiche sempre sul punto di prendere il sopravvento. Fintantoché due cavalieri appaiono negli scontri e con il loro valore riportano le sorti della battaglia a favore dei Romani. Sono giovani e biondi, indossano armature lucenti e cavalcano bianchi destrieri; sono fratelli, i Dioscuri, Castore e Polluce, che trascinano con il loro intervento e il loro valore i Romani alla vittoria.
Più conosciuto è l’episodio della notte che precede lo scontro di Ponte Milvio del 28 ottobre 312, fra Costantino, imperatore romano che governa le regioni settentrionali, e l’usurpatore Massenzio, non riconosciuto dalla tetrarchia. L’intervento divino, la notte precedente, è risolutorio: Costantino con le insegne della croce come simbolo per il suo esercito sbaraglia il nemico e vince.[2]
Infine, Bouvines. Il piccolo villaggio delle Fiandre ha l’onore di balzare all’attenzione della storia nella torrida estate 1214. In quei giorni un potente esercito armato dall’imperatore Ottone IV cerca battaglia contro il più piccolo esercito francese, guidato dal re Filippo II Augusto. I due schieramenti si cercano, si inseguono, finché giungono a contatto nei pressi del villaggio di Bouvines. Lo scontro è durissimo e a risultarne vincitore è il re di Francia. Le conseguenze sono importantissime: Ottone viene scomunicato e sul trono sale Federico II, che noi conosciamo anche come Federico I di Sicilia; la Francia consolida il suo ruolo di potenza emergente, iniziando così un lungo e profondo antagonismo con il mondo tedesco, che segnerà la storia europea per i successivi secoli. Ma dove sta l’interesse religioso? Il 12 luglio 1214, giorno della battaglia, è una domenica! E nel giorno del Signore non si combatte, o meglio: non si dovrebbe. Invece a Bouvines gli eserciti si affrontano facendo cadere questa ultima barriera morale.[3]
Storia, guerra, religione e spiritualità sono dunque da sempre legate tra loro. La presenza e l’azione di cappellani militari ne è solo un ulteriore tassello che, con il tempo, si trasforma da suggello morale all’azione militare a strumento di disciplina e organizzazione, mutando l’impiego delle forze armate e quindi sorgendo la necessità di organizzare diversamente e condurre i reparti. Con lo sviluppo dell’arte militare e della tecnica, le battaglie si trasformano da scontri furiosi e disorganizzati in impiego strutturato della forza e quindi una conseguente necessità di organizzazione e disciplina, aspetti che trovano nella fede una legittimazione forte. A questo si aggiunga la contrapposizione religiosa, ideologica e militare fra Occidente cristiano e Oriente musulmano. Inizia anche a fiorire una letteratura ideologica in tal senso, quale ad esempio il Commentario delle cose de’ Turchi, di Paolo Giovio (1532) ma sono da ricordare i diversi Catechismi rivolti ai soldati, che troviamo sino a epoche contemporanee. Questo fervore ideologico si alimenta delle guerre di religione e delle instabilità politiche del periodo.[4]
La Grande guerra segna un ritorno preponderante dei cappellani militari e una evidenza del loro ruolo. Infatti, il servizio militare religioso – usiamo qui in senso estensivo una precisa dizione della legislazione militare italiana dell’Ottocento – si fa sempre meno presente negli eserciti europei e italiano sino alla sua soppressione nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, dopo che le proprie funzioni erano state relegate al solo ambito di assistenza negli ospedali, risultando per questo assorbiti dal Corpo sanitario anche se qualche sacerdote mantenne la presenza fra le truppe, specialmente nel corso delle campagne d’Africa di fine Ottocento.[5]
La Prima guerra mondiale segna una ripresa della presenza formale e sostanziale dei cappellani nei reparti delle forze armate italiane, che istituiscono anche la carica di vescovo al campo, assegnata a monsignor Bartolomasi, già vescovo ausiliare di Torino e primo ordinario militare d’Italia. L’apporto, non solo spirituale e assistenziale, dato dai Cappellani militari nel primo conflitto mondiale è testimoniato dal loro numero di caduti in combattimento – 93 su 2070 arruolati nel corso del conflitto – e dalle decorazioni loro concesse: 546.
Diverse le figure che caratterizzano il ruolo dei Cappellani: da don Minzoni, che in guerra merita la medaglia d’argento al valor militare, a padre Reginaldo Giuliani, quest’ultimo nel dopoguerra prima a Fiume con D’Annunzio e poi vicino al fascismo; don Minzoni ne fu invece un fiero oppositore, pagando con la morte il proprio impegno.
Da questo momento in poi i Cappellani sono sempre presenti nelle vicende militari italiane, dando vita anche a una bibliografia tematica fatta di diari, testimonianze, scritti. Fra questi si possono ricordare, in modo sintetico, don Luigi Gnocchi con il suo Cristo con gli Alpini [6] e Aldo del Monte, che sarò Vescovo di Novara e che testimonia la sua esperienza di cappellano in Russia nel suo La croce sui girasoli [7].
Una bibliografia non solo italiana. Il centenario della Grande Guerra ha visto la pubblicazione, al momento solo in lingua originale, del saggio dedicato ai cappellani tedeschi della Seconda guerra mondiale[8] e del diario del cappellano militare inglese George Kennet Best, figura singolare per due motivi: da un lato, egli espleterà il suo magistero in due guerre, a Gallipoli nella Prima guerra mondiale e poi in Europa durante il secondo conflitto, dall’altro proprio questi eventi lo porteranno a una crisi morale tanto profonda, da fargli abbandonare l’abito talare e trascorrere gli ultimi anni della sua vita come musicista agnostico.[9]
Note:
[1] T. Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, vol. 1, libri I e II, BUR, 1982. On line vedi: C. Dal Maso,” Roma e la Lega Latina: lo scontro al lago Regillo”, www. specchioromano.it – Rivista telematica di Cultura, febbraio 2008. URL consultato il 10 giugno 2025.
[2] E. Di Cesarea, Vita di Costantino, BUR., 2009.
[3] Il testo di riferimento su questa battaglia e sul periodo storico che fa scenario a questa è: G. Duby, La domenica di Bouvines, Einaudi, 2010.
[4] Vedi: V. Lavenia, Dio in uniforme. Cappellani, catechesi cattolica e soldati in età moderna, Il Mulino, 2018.
[5] Su questi temi, in generale vedi: E. Cavaterra, Sacerdoti in grigioverde, Storia dell’Ordinariato militare italiano, Mursia, 1993. Sui cappellani nel primo conflitto mondiale vedi: V. Pignoloni (a cura di), Cappelani Militari e preti soldato in prima linea nella Grande Guerra, San Paolo, 2016, testo ricco di documenti ufficiali e personali, quali note di diario e fotografie. Per l’attività attuale dell’ordinariato italiano vedi on line www.ordinariatomilitare.it.
[6] C. Gnocchi, Cristo con gli Alpini, Mursia, 2008.
[7] A. Del Monte, La croce sui girasoli. Diario di un cappellano militare sul fronte russo, Interlinea, 2015.
[8] M. Hayden, German Military Chaplains in World War II , Schiffer, 2005.
[9] G. Roynon, War diaries. A Chaplain in Gallipoli. The Great War Diaries of Kennet Best, Imperial war museum, 2011.