Informazioni
Autore/i: Giovanni A. Cerutti
Parole chiave: Resistenza, Antifascismo, Fascismo, Seconda guerra mondiale, Dopoguerra, Sandro Pertini, Achille Marazza
Come citare questo articolo: Giovanni A. Cerutti, Clandestini a Milano, in “I Luoghi della storia nel Novarese e nel Verbano-Cusio-Ossola”, A. 2 – N. 1/2025
Crediti foto di copertina dell’articolo: sconosciuto – Almanacco socialista 1976, Pubblico dominio, Collegamento
Clandestini a Milano
Marazza aveva preso la parola per intervenire contro la richiesta di votare per la sospensiva avanzata dall’avvocato napoletano Giovanni Roberti a nome del Movimento sociale, adducendo il motivo che si trattava di una mossa del governo per rinfocolare strumentalmente vecchi odi, perpetuando le divisioni che attraversavano il Paese in vista delle imminenti elezioni. Interrotto da Fisichella e Romualdi, che lo avevano schernito dopo aver pesantemente denigrato la Resistenza, aveva lasciato cadere il filo della sua argomentazione per passare a delineare – in quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso parlamentare – i motivi che lo avevano spinto a combattere nel movimento resistenziale e le convinzioni profonde che ne avevano orientato l’azione nella lotta:
[…] ma quanti siamo qui, se qui siamo, lo dobbiamo proprio alla Resistenza, sintetizzata dal Corpo volontari della libertà […] Ridete pure, se volete ridere. Ma, se ridete, non fate che dimostrare di non essere degni di sedere qui dentro. […] Io so, comunque, che nella Resistenza ho posto, come del resto penso tutti gli amici, soltanto amore per il mio paese, e per questo amore e per i sacrifici sopportati credo di poter oggi affermare che nessuna ingiuria mi raggiunge. Io non ho mai odiato nessuno, nemmeno nei momenti più duri, nemmeno quando molti di voi odiavate me e la mia parte. E ho sempre difeso tutti, e credo di avere per questo un po’ anche titolo alla gratitudine di qualcuno di voi.[2]
Un richiamo così intenso alle ragioni ultime che hanno mosso i protagonisti della Resistenza, radicate nella condivisione della percezione di un vincolo comune, pur nella diversità dei progetti politici e istituzionali, da emozionare il futuro Presidente della Repubblica, riportandolo, mentre la lotta parlamentare stava infuriando,[3] nella Milano della lotta clandestina.
Milano, la cui essenza Marazza avrebbe magistralmente restituito in una conferenza di qualche anno successiva, tenutasi il 6 aprile del 1965 presso la Sala dei congressi della provincia di Milano nell’ambito di una serie di lezioni organizzate in occasione del ventennale della Liberazione, pubblicata successivamente in un volume intitolato La Resistenza in Lombardia,[4] il cui testo dattiloscritto, con appunti e varianti, è conservato nell’archivio Marazza presso la Fondazione.[5] Lo scritto ruota attorno al racconto dell’incontro che Marazza ebbe con Benito Mussolini il 25 aprile del 1945 in una saletta dell’Arcivescovado di Milano per trattarne la resa, ma il suo interesse non dipende tanto dalla puntuale ricostruzione degli avvenimenti di quella storica – in questo caso credo che l’aggettivo non sia del tutto immotivato – giornata, quanto dalle penetranti osservazioni su personaggi e avvenimenti sorretti da una padronanza invidiabile della lingua italiana e da uno stile particolarmente brillante e avvincente, che inserisce con grande efficacia nel ritmo sostenuto della narrazione degli eventi riflessioni che sospendono il fluire del tempo.
Mussolini era tornato a Milano da qualche giorno, con la speranza – meglio, l’illusione – di avere ancora un ruolo nella ormai avviata transizione italiana. L’esercito alleato aveva sfondato la linea Gotica il 5 aprile e ormai non c’erano più dubbi su quale sarebbe stato l’esito della guerra. Il 21 era stata liberata anche Bologna, con il contributo determinante della Brigata Ebraica. Il contatto avvenne tramite Gian Riccardo Cella, già amministratore delegato dell’Isotta Fraschini e in rapporti con Mussolini per avere acquistato nel dicembre del 1944 “Il Popolo d’Italia”, che aveva una villa a Meina e che in passato era stato cliente dell’avvocato Giulio Bonola, zio di Marazza. Cella avvicinò Marazza per chiedergli la disponibilità a incontrare Mussolini, facendogli intendere che il duce riconosceva l’autorità del Cln Alta Italia, il vertice politico della Resistenza italiana, e voleva trattare; Marazza si riservò di valutare la richiesta con gli altri componenti del Clnai e anticipò a Cella che l’eventuale incontro sarebbe dovuto avvenire in Arcivescovado, quale sede neutra, alla presenza del cardinale Schuster.
Quando Marazza entra in Arcivescovado verso le sei di sera, dopo aver vagato quasi tre ore per Milano in cerca di Raffaele Cadorna – comandante del Corpo Volontari della Libertà, il vertice militare della Resistenza italiana – a bordo dell’automobile del Cardinale protetta dalle insegne vaticane, Mussolini si trovava già in compagnia di Schuster da più di un’ora. La prima notazione che segnala la qualità del suo testo è la chiosa alla descrizione dell’atteggiamento deferente del Cardinale nei confronti del duce, in cui traspaiono tutta l’amarezza per come la gerarchia aveva liquidato l’esperienza del partito popolare e, nel contempo, la sensibilità egualitaria della nuova classe dirigente democratica, che non riconosceva più potenti della terra, ma rappresentanti protempore dei cittadini. E subito dopo, la pagina che dà il tono a tutto il racconto, in cui la percezione del significato altamente simbolico di quell’incontro si mescola alla disposizione a non rimuoverne gli aspetti più propriamente umani:
Sì, Mussolini non era ormai più che un relitto, non aveva più forza né potere, ma egli era stato per 20 anni il padrone di questo Paese, egli aveva incarnato ciò che odiavamo di più: la prepotenza e la tirannide, egli aveva negato gli ideali che ci erano più cari: la libertà e la dignità dell’uomo. Per 20 anni egli aveva avuto ragione di noi, e aveva continuato la sua opera di corruzione e di distruzione tra consensi non sempre servili, e non soltanto italiani. E ora, per la prima volta, noi eravamo di fronte a viso aperto, non noi e il dittatore vecchio e smarrito, ma il Fascismo e la Resistenza, due mondi, due visioni della vita, e noi eravamo vittoriosi.[6]
Il colloquio prende avvio. Marazza nota a più riprese come Mussolini domini a fatica l’abitudine a comandare e disporre e che soltanto il bisogno estremo cui la situazione oggettiva di chi è costretto a rimettersi alla volontà altrui lo aveva ridotto lo riconduceva a un atteggiamento dialogante, come testimonia l’irritante: E così, avvocato, che cosa ha da dirmi?[7] con cui esordisce. Marazza è chiaro: il mandato ricevuto dal Cln è quello di chiedere la resa senza condizioni, ottenuta la quale sarà possibile valutare le posizioni personali di tutti i gerarchi e delle loro famiglie. Una inequivocabile ammissione della sconfitta avrebbe impedito qualsiasi possibile difesa a oltranza delle posizioni da parte delle frange più ideologizzate delle milizie saloine, evitando un inutile bagno di sangue a guerra ormai conclusa, eventualità che Schuster paventava più di ogni altra cosa e per evitare la quale aveva accettato di ospitare le trattative in Arcivescovado. Dopo un primo irrigidimento, alle garanzie di Marazza e Lombardi di essere sottoposto a un giudizio equo Mussolini mostra disponibilità a proseguire la trattativa, lasciando intendere di essere disposto ad arrendersi. Ma, a questo punto, il colloquio prende una piega assolutamente inattesa, che tutti i protagonisti hanno raccontato con stupore, costernazione o incredulità, secondo le convinzioni di ciascuno, quando il generale Graziani – che, ricordiamolo, non solo riuscì a mettersi in salvo abbandonando Mussolini e consegnandosi agli Alleati, ma nel dopoguerra divenne pure presidente onorario del Movimento sociale – fece presente al duce, con un, secondo lui, vibrante discorso, gli impegni presi con l’alleato germanico. Implacabile il commento di Marazza: non era un generale, era un attore che faceva il generale; in realtà, quello era il tono che 20 anni di retorica fascista aveva reso abituale.[8] E vien da chiedersi, quando capita di ascoltare certi verbosi discorsi che pervadono la nostra vita pubblica, financo nelle cronache delle partite della nostra nazionale di calcio, se dopo ottant’anni ce ne siamo veramente liberati. Un allibito Marazza – ma veramente questa è la classe dirigente che ha governato il Paese per vent’anni? – si sente in dovere di rivelare allora ai suoi interlocutori che il generale Wolff stava trattando da una settimana le condizioni della resa e il cardinale Schuster, mediatore anche in questa trattativa, non può che confermare, seppure con l’aria non troppo convinta di chi avrebbe volentieri evitato di rivelare quei colloqui ancora in corso. Ed ecco la scena madre su cui naufragano le trattative: il duce del fascismo esplode in un’invettiva contro i tedeschi che gli hanno sempre mancato di rispetto, umiliandolo senza riguardo, e annuncia che andrà da Wolff per dirgli finalmente il fatto suo e per riprendersi la sua libertà di azione, fissando la ripresa delle trattative entro un’ora. Sono le sette e un quarto di sera: come sappiamo, Mussolini non tornerà mai in Arcivescovado, avviandosi al suo destino, e, dopo che la notizia della sua partenza da Milano era stata recapitata in Arcivescovado, Leo Valiani firmerà, a nome del Cln, l’ordine di insurrezione, che legherà per sempre la data del 25 aprile alla storia italiana.
Si apriva una nuova epoca, in cui l’Italia che aveva testimoniato per la libertà, per la dignità civile di un popolo europeo in uno Stato moderno […] si preparava a raccogliere, con angosciata speranza, l’eredità di lutti e di rovine materiali e morali che il fascismo aveva accumulato.[9] Angosciata, perché quegli uomini erano perfettamente consapevoli della devastante sconfitta subìta dal nostro Paese, materiale, la guerra persa, ma anche sul piano delle idee, su quali debbano essere i princìpi attorno a cui costruire la convivenza tra gli uomini. E tuttavia, speranza, perché erano sorretti dalla fiducia che assegnare alla libertà e alla dignità civile, cui avevano reso testimonianza nei lunghi anni in cui tutto sembrava indicare che si trattava di valori ormai largamente superati dalla storia, la condizione di cardini intorno a cui definire il patto di cittadinanza avrebbe reso possibile costruire un mondo autenticamente umano, liberando energie e forze tenute ai margini della nostra società. E così è stato, almeno fino a quando si è progressivamente fatta strada la convinzione che la sicurezza e il benessere economico fanno premio su qualsiasi altro valore, fino a essere disposti a mettersi nelle mani di chiunque prometta di garantirli, non importa con quali mezzi e a quale prezzo, trascinando nell’oblio i protagonisti che seppero dare forma a quella speranza. Oblio sceso ancor più drammaticamente anche nelle piazze che si richiamano a quell’eredità, senza conoscerne la storia e senza averne inteso la lezione profonda. Chi ha sentito pronunciare il nome di Alfredo Pizzoni, Achille Marazza, Giustino Arpesani, Riccardo Lombardi, Leo Valiani, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Emilio Sereni nelle celebrazioni dell’ottantesimo appena concluse? Chi li associa alla Resistenza ogni volta che viene evocata, sovente a sproposito? E se i nomi di Sandro Pertini e di Enrico Mattei rimangono impressi nella memoria collettiva, non è certo perché li si rivedono a Milano, quando lottavano per l’onore e l’indipendenza del nostro Paese.
Note:
[1] Archivio Achille Marazza, FMB 1072 A.
[2] Atti parlamentari, Camera dei deputati, Seduta di venerdì 14 marzo 1958, p. 40974.
[3] Durante l’intervento del presidente del Consiglio Zoli, il deputato missino Domenico Leccisi, dopo averlo insultato, aveva tentato di divellere la tavoletta di uno scanno per aggredirlo, scatenando la bagarre in aula, sedata a fatica dai commessi. Dopo che il presidente della Camera Giovanni Leone aveva decretato l’allontanamento di Leccisi dall’Aula, per protestare i deputati missini avevano abbandonato i lavori. Ibi, p. 40976. Nell’aprile del 1946, Leccisi aveva trafugato la salma di Mussolini dal cimitero milanese di Musocco, dove era stata deposta nell’aprile del 1945.
[4] La Resistenza in Lombardia. Lezioni tenute nella Sala dei Congressi della Provincia di Milano (febbraio-aprile 1965), Edizioni Labor Milano 1965.
[5] Archivio Achille Marazza, FMB 1078 e FMB 1239.
[6] A. Marazza, Il colloquio del Clnai con Mussolini nell’arcivescovado di Milano, in A. Marazza, Milano 25 aprile 1945. Con Mussolini in Arcivescovado, a cura di Giovanni A. Cerutti, Interlinea, Novara 2025, p. 33.
[7] Marazza, 2025, p. 35.
[8] Marazza, 2025, p. 38.
[9] Marazza, 2025, p. 23.